Il caso Cogne

 

Caso Cogne, è sicuramente difficile sentenziare senza porsi domande che hanno risposte scontate, per primo non sembra logico che siano intervenute altre figure sulla scena dell’omicidio, pensandoci bene la situazione non potrebbe essere più chiara.

La madre uccide il bimbo, accompagna allo  scuolabus l’altro figlio e poi ritorna e si mette a gridare che è stato ucciso.

Non è concepibile che le cose siano andate come si vuole far credere. La madre è sicuramente colpevole e lo dimostrano molti indici di gravità notevole.

Per prima cosa lei ha cercato subito un altro figlio dal marito, questo significa che lei non voleva più quel bimbo ed ha fatto di tutto per rifiutarlo, poi c’è stato il ripensamento, lei si è sentita in colpa ma ormai il delitto era fatto, non era possibile rimediare, ma momentaneamente la situazione non era risolvibile se non con una stupida ipotesi che fosse entrato qualcun altro mentre era fuori.

Ma non valutava che quei pochi minuti non sarebbero bastati a giustificare un’intrusione. Il delitto del bimbo non era possibile in così poco tempo, entrare in casa, uccidere il bimbo e poi dileguarsi senza traccia.

Il malvivente avrebbe sicuramente destato sospetti, correndo via da quella casa che è in un posto così isolato e brullo.

Invece, nessuno ha notato movimenti tali da dare l’impressione che si fuggisse, a dire il vero, nessuno sembra aver notato chicchessia intorno a quella casa.

Per essere un malvivente spaventato che uccide e pensa di fuggire dalla scena del delitto non è nemmeno credibile che si nasconda in casa ed attenda la situazione più idonea per scappare, tutto ciò non avrebbe senso, anche perché sarebbe subito stato scoperto dalle persone intervenute immediatamente, richiamate dalle urla della madre.

In sostanza, la tesi della terza persona non sembra reggere, anche perché i fatti sembrano smentirla in tutte le sue forme.

Ma proviamo ad analizzare una seconda possibilità, proviamo a pensare a come poteva svolgersi la situazione se veramente ci fosse stato un malvivente già all’interno della casa.

Proviamo ad ipotizzare che fosse stato in possesso delle chiavi del garage e che si fosse appostato all’interno in attesa della possibilità di restare solo con il bimbo, in questa ipotesi era possibile che la madre non si accorgesse della sua presenza, e compiuto il delitto poteva tornare nel suo nascondiglio in attesa di poter scappare con comodo, lontano da sguardi indiscreti, addirittura avrebbe potuto mischiarsi alle persone intervenute in soccorso, dando l’impressione di essersi accorto, tra i primi, delle grida della madre.

Se così fosse, saremmo in presenza di un criminale freddo e lucido nelle sue intenzioni, quasi un professionista, ma la storia non riporta professionisti tra gli uccisori di bambini.

Per quanto fosse freddo, non poteva non essere emotivamente coinvolto nella questione.

Detto questo, l’ipotesi della terza figura non presenta molti aspetti credibili, come non riporta ulteriori dubbi sulla eventualità che sia stata proprio la madre l’esecutrice dell’assassinio.

A questo punto non resta che individuare il movente e l’arma del delitto.

Per ciò che riguarda il movente possiamo credere che la madre fosse esasperata dal continuo lamento che poteva creare paranoia, una reazione inconsulta, ma potremmo anche ipotizzare una premeditazione dovuta al fatto che il bimbo potesse avere gravi ed irrisolvibili problemi che non avessero soluzione.

In questo caso la madre avrebbe ponderato la tragedia ed, in un attimo di particolare sconforto, agito sconsideratamente per poi cercare il pentimento.

La disperazione può sicuramente condurre a gesti inconsulti che poi sono riconosciuti e come tali concorrono a crearsi un alibi credibile per discolparsi.

Bisogna ancora valutare la situazione di grave disagio che potrebbe essersi protratta nel tempo, rimeditando sulla impossibilità di trovare una soluzione..

Questo, in sostanza, potrebbe essere stato il motore principale che ha mosso il delitto.

Per ciò che riguarda la motivazione principale, si potrebbe ipotizzare la pura e semplice disperata volontà di porre fine ad una situazione che era divenuta insostenibile.

Ora non resta che l’arma del delitto.

Proviamo ad analizzare la scena in cui si consuma, la madre sta preparando i figli per la scuola, uno deve partire e l’altro deve lavarsi per andare all’asilo, che cosa possiamo trovarci intorno?

Abbiamo una tavola pronta per la colazione ed un bagno ancora in disordine, sul tavolo ci sono coltelli ed altri attrezzi di consueto utilizzo, non risulta difficile capire cosa possa essere servito per uccidere il bimbo, un gesto di rabbia non consente la lucida scelta di un coltello piuttosto che di un’altra cosa, la scelta cade su di un attrezzo di uso comune, una tazza di coccio che come un maglio colpisce di spigolo il bimbo procurandogli una pericolosa ferita e poi viene accuratamente lavata insieme a tutti gli altri cocci della colazione.

Sulla tazza non restano tracce di sangue, in quanto appena colpiti i tessuti non emettono sangue, ma solo dopo pochi secondi, così la tazza non riporta tracce di sangue ma solo le impronte di chi la utilizza comunemente.

E’ per questo motivo che gli inquirenti non hanno rilevato tracce di sangue nelle varie suppellettili, non ce n’erano, semplicemente non avevano avuto il tempo di sporcarsi.

Al di la dei fatti è opportuno fare diverse valutazioni sulla intera vicenda, per prima cosa non è ancora certo che le cose siano realmente andate in questo modo, e poi, ci sono altri indizi apparsi di recente che tenderebbero a discolpare la madre e ad introdurre realmente questa terza persona.

In tema di indizi si potrebbero formulare parecchie ipotesi ma sicuramente la scoperta di impronte estranee e di tracce di sangue non rilevate nelle precedenti ricerche, getta numerose ombre sulla veridicità dei fatti contestati, resta comunque sempre difficile demolire un impianto accusatorio così stabile e chiuso in tutte le sue parti.

Le tracce rilevate non portano molto lontano, tendono ad incolpare una persona che poteva essere mossa a odio contro i genitori ma che difficilmente avrebbe ucciso un bimbo per castigare i genitori.

Caso mai  avrebbe bucato loro le gomme dell’auto, ma non ucciso un bambino.

Bisogna sempre tenere in considerazione che l’odio, per quanto possa essere forte, viene sempre intimidito dalla dolcezza di un bimbo, si tende, caso mai, a vendicarsi con un padre, un adulto consapevole della pena che sta per subire, ma sfogarsi sull’inconsapevolezza di un bimbo non darebbe certo soddisfazione ad alcuno.

E’ pur vero che molti maniaci rapiscono bimbi per vendetta nei confronti dei genitori, ma questo gesto procura molto dolore ai genitori per la consapevolezza della impotenza  nell’ottenere la liberazione dei figli e la vendetta si compie trasmettendo questa forma coercitiva.

In questo delitto non c’è nessuna volontà di vendetta nei confronti dei genitori, solo dolore per la morte di un povero bimbo che non riusciva a trattenere le lacrime perché non si sentiva, probabilmente, di alzarsi per andare al’asilo.

In fondo, la quasi totalità dei delitti istintivi avviene per motivi futili, ciò che li scatena è la classica goccia che fa traboccare il vaso.