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Egr.
Direttore,
In
veste di insegnante di scuola primaria ho partecipato recentemente a due
corsi di aggiornamento e formazione riguardanti il primo la “Dislessia e
Disturbi Specifici di Apprendimento: che fare?”, il secondo “l’ADHD,
Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività”. Ho già presenziato
in passato a convegni su questi temi, mi sono anche documentata da
autodidatta e devo confessare il mio grande sconcerto e la mia perplessità
di fronte a terapie comportamentali, metodologie di intervento, misure
compensative e dispensative proposte da questi “luminari” nei
confronti di alunni etichettati “dislessici” o “affetti da ADHD”,
sindrome quest’ultima alquanto controversa, basti citare una frase del
Dr. Fred Baughman in “The Future of ADD”: “Sia la FDA che la DEA
(Ente governativo americano) hanno riconosciuto che l’ADHD non è una
malattia, né organica né biologica” o il Dr. Thomas Armstrong, PhD in
“The Myth of the ADD Child”:“L’ADHD non esiste. Questi bambini non
hanno alcun disturbo”.
Durante
il corso sulla dislessia e nel materiale avuto in dotazione viene
precisato dai docenti che la dislessia non è una malattia, ma al termine
della prima lezione vengono fatte vedere delle immagini in cui appaiono
dei cromosomi ritenuti responsabili di questo “disturbo”; viene
inoltre detto che è un disturbo a base neurologica e genetica e che di
dislessia non si potrà mai guarire. Nelle varie lezioni che seguono viene
affrontato l’utilizzo di metodologie di intervento nei vari ordini di
scuola e vengono pubblicizzati programmi (software) per questi bambini
etichettati “dislessici”.
Durante
un dibattito un’insegnante chiedeva come mai, visto che non è una
malattia,
vengano citati i cromosomi e i geni e la dislessia venga elencata
nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (testo di
riferimento per la psichiatria di tutto il mondo). A questo punto rimango
veramente sconvolta e scioccata dalla risposta della docente che,
scocciata e alterata emotivamente, le risponde dicendo che lei non lo
sapeva e che quell’insegnante doveva chiederlo ad un ospedale.
Quello
che so è che le malattie sono disfunzioni del corpo umano e se si è
ammalati esiste una scienza oggettiva, la medicina, che attraverso esami
specifici e sensibili, stabilisce una diagnosi e di conseguenza una
terapia.
Alcune
correnti psichiatriche affermano che la dislessia sarebbe dovuta ad
alterazioni genetiche; se ciò fosse vero potrebbero fare diagnosi usando
un test genetico, come si fa oggi per qualsiasi vera malattia genetica; e
se così fosse, non sarebbe più di competenza psichiatrica, vi sarebbero
test specifici biologici per confermare la diagnosi e nessuno ricorrerebbe
più ai test attuali (domande, prove di abilità e questionari, che di
scientifico non hanno niente) per fini diagnostici. Queste prove non
esistono, se esistessero distinguerebbero i sani dai malati!
Durante
i miei 25 anni di insegnamento ho visto bambini che avevano difficoltà di
vario tipo: problemi nell’imparare a memoria filastrocche, tabelline,
che invertivano o confondevano suoni simili, che erano lenti nel leggere o
nel fare calcoli… Con molta pazienza, mettendomi
in discussione come insegnante, proponendo loro esercizi mirati,
pongo e oggetti e utilizzando per ogni età un linguaggio a loro
comprensibile, un dizionario per le parole di non immediata comprensione,
una metodologia di studio funzionante, giochi didattici, ogni alunno è
sempre riuscito a raggiungere gli obiettivi prefissati nella
programmazione.didattico-educativa.
Non
concordo con quanto affermato dalla logopedista durante il corso, che un
bambino se, alla fine della prima elementare o a metà della seconda, non
acquisisce gli strumenti di base, va segnalato. Ma dove è scritta questa
cosa? I bambini non sono robot! Ognuno ha il suo ritmo di tempo: quello su
cui mettere l’accento è che un bambino interiorizzi e comprenda le
conoscenze, acquisisca di conseguenza le abilità al fine di essere
competente e in grado di mettere in pratica. Non ho mai dispensato nessun
bambino dall’uso della lettura, mettendo al suo posto il computer; il
bambino numerose potenzialità e abilità, sta a noi insegnanti
tirargliele fuori. Perché si insiste sul ridurre tutto a cause
psico-fisiche e non didattiche? Anche noi insegnanti possiamo sbagliare!
Da molti anni a questa parte si assiste ad un declino dell’istruzione e
dei valori tradizionali e sono questi che noi dobbiamo ristabilire.
Ricordo
che durante il dibattito un genitore di una bambina dislessica parlava
male dell’insegnante di sua figlia. Allora io dico: è stata
l’insegnante la causa del problema di sua figlia, non la figlia!!! La
scuola è un luogo di istruzione e vi devono lavorare professionisti, che
abbiano una metodologia di studio funzionante per i loro studenti, che
amino i loro studenti, che li comprendano, li aiutino nelle difficoltà
della vita.
Per
quanto riguarda invece il corso sull’ADHD sono rimasta senza parole
quando durante il corso una docente, oltre ad aver precisato la mancanza
di prove scientifiche riguardo questo “disturbo”, le chiedeva come
faceva l”esperta” a pubblicizzare nell’Associazione di cui lei fa
parte il metilfenidato, che altro non è che il principio attivo del
Ritalin, un derivato dell’anfetamina, farmaco utilizzato per la cura
dell’ADHD, che ha causato la morte di molti bambini.
A
questo punto l’”esperta” risponde dicendole che era tardi, in realtà
il corso doveva chiudere alle 19, che né lei né l’insegnante erano un
Neuropsichiatra infantile e che a lei non interessava. Questa è la
responsabilità di un ex-insegnante a cui dovrebbero stare a cuore i
bambini? Dare uno psicofarmaco a un bambino è avvelenarlo, non curarlo!
Ero
sconvolta! L“esperta”, ex-insegnante elementare, fa corsi sull’ADHD,
promuovendo terapie comportamentali su bambini etichettati “affetti da
questo disturbo”, sul quale non risulta essere stata scoperta nessuna
anormalità fisica o disfunzione, e nel sito dell’Associazione di cui
lei fa parte c’è scritto:”Numerosi studi hanno dimostrato che farmaci
psicostimolanti, come il metilfenidato, sono particolarmente efficaci nel
migliorare sia il deficit attentivo che l’iperattività”. Questo
farmaco è una droga; in uno studio della DEA (ente governativo USA) si
legge: “All’uso prolungato di metilfenidato sono stati associati
episodi psicotici, illusioni paranoiche, allucinazioni… . Sono state
riportate gravi conseguenze fisiche e la possibilità di morte”. Gli
effetti collaterali includono:
“cambiamenti di pressione sanguigna, angina pectoris, perdita di
peso, psicosi tossica. Durante la fase di astinenza c’è la possibilità
di suicidio”. Inoltre Terry Woodworth, vicedirettore della Dea,
l’Antidroga, dice: “Il Ritalin, ridotto in polvere e sniffato, produce
euforia”. Per parecchi ragazzi è l’anticamera di droghe anche
pericolose (Lawrence Diller, un pediatra autore di Correre col Ritalin).
Concludo
la mia lettera richiamando l’attenzione degli insegnanti sul nostro
scopo: istruire i nostri alunni, non stigmatizzarli, etichettarli, per poi
farmacologizzarli.
Io
non attuerò mai certe terapie sugli alunni.
Ricordiamoci
una cosa: come eravamo noi da piccoli? E’ con una pillola, con false
etichettature che abbiamo capito?
Se un bambino ha difficoltà a scuola ciò potrebbe
essere dovuto al fatto che è molto creativo, o molto intelligente,
o con difficoltà nell’ambiente che lo circonda e ha bisogno di aiuto e
comprensione in modo che questo non comprometta il rendimento scolastico.
Un buon insegnamento può salvarlo da “etichette” che comunque lo
faranno sentire diverso. Tutti i bambini del mondo possono avere delle
difficoltà a scuola; chi non ne ha mai avute?
LA
DIFFICOLTA’
NON E’ UNA MALATTIA!
Problemi
di relazione con la famiglia o con un’insegnante, alti livelli di
piombo, mercurio, i pesticidi, troppo zucchero, possono provocare i
sintomi dell’ADHD.
Allora
io dico stop a questo nascosto e subdolo programma creato dalla
psichiatria per controllare i nostri bambini, e di conseguenza la società
del futuro, creando malattie
inesistenti. Apriamo gli occhi!
Antonella
Marzaroli
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